Il “Mare Gerundo” tra mitografia letteraria e realtà geografica

Valerio Ferrari, Il “Mare Gerundo” tra mitografia letteraria e realtà geografica, (Tessere di geostoria cremasca e dintorni, 2), Edizioni Fantigrafica, Cremona 2022.

Il secondo volume della collana Tessere di geostoria cremasca e dintorni, promossa dal Museo della Civiltà Contadina di Offanengo quale peculiare contributo al panorama conoscitivo e culturale di un Cremasco poco indagato e, dunque, poco noto.
Il nuovo lavoro di Valerio Ferrari è una sorta di rivisitazione critico-illustrativa della narrazione tradizionale riguardante il mitico “lago” che si ritiene essere esistito in ambito cremasco-lodigiano in epoca imprecisata, ma che la mitografia letteraria cremasca e lodigiana, appunto, riferirebbe ai primi secoli del Basso Medioevo. Scomparso miracolosamente il primo gennaio dell’anno 1300, unitamente al malefico “drago” che ne infestava le acque ‒ per intervento soprannaturale, mercé l’intercessione di san Cristoforo ‒ della sua esistenza non sarebbero rimaste altre tracce se non nella sua leggendaria evocazione, rinnovata di generazione in generazione dai racconti di schiere di nonni, genitori e insegnanti che ogni volta ne rinfocolano l’immaginifica figura a tutto favore di una platea di nipoti, figli e alunni che a loro volta, divenuti adulti, ne perpetueranno l’epopea.
La singolare saga, diffusa per la prima volta a stampa dal cremasco Alemanio Fino negli ultimi decenni del XVI secolo, dal quel momento in poi avrebbe trovato un’insperata fortuna e, passando di bocca in bocca (o meglio, di penna in penna) a opera di altri eruditi e letterati delle varie epoche successive, prese a espandere progressivamente le sue immaginarie dimensioni, finendo per configurarsi come il più vasto bacino lacustre che il suolo italiano avesse mai visto in epoca storica, coprendo una presunta superficie lunga una sessantina di chilometri, dalla confluenza tra i fiumi Adda e Brembo, per giungere sino al Po.
Poiché è piuttosto intuitivo che una simile immaginaria estensione lacustre, espansa su un territorio che, da un capo all’altro, presenta un dislivello di un’ottantina di metri all’incirca, configurerebbe un “lago in pendenza”, contrario a ogni legge della fisica, ne consegue che anche la rappresentazione grafica a oggi universalmente riconosciuta come l’icona esclusiva del “Lago Gerundo”, riportata da molti volumi o rintracciabile in internet ‒ derivata da una “ricostruzione” datata 1948 ‒ non avrebbe potuto mai esistere realmente.
Ma i miti, si sa, non hanno il compito di rispecchiare una realtà razionalmente apprezzabile, poiché viaggiano su binari concettuali indipendenti dal pensiero logico o scientifico. E, allora, se anche il mito del “Lago Gerundo” potrà godere di un’ulteriore lunghissima sua vita e di un’altrettanto longeva trasmissibilità ai posteri, perlomeno si sappia che proprio di mito si tratta.

Valerio Ferrari studioso e profondo conoscitore della realtà geografica, ambientale e antropica del territorio e della sua stratificazione storica, ha prodotto su tali argomenti numerosi studi monografici e pubblicazioni di carattere interdisciplinare. Direttore responsabile, dal 1996, della rivista scientifica a diffusione internazionale “Pianura, scienze e storia dell’ambiente padano”, ha diretto anche il periodico di storia locale “Leo de supra Serio”. Ha ideato, realizzato e gestito sin dal 1987 il ‘Bosco didattico’ della Provincia di Cremona nonché progettato e allestito l’annesso ‘Museo del paesaggio padano’. È fondatore e responsabile della collana Atlante toponomastico della provincia di Cremona che si pubblica dal 1994, ideatore e realizzatore del ‘Centro di Documentazione ambientale della Provincia di Cremona’, ora ricco di oltre 13.000 volumi, e del progetto Il territorio come Ecomuseo. È presidente del Museo della Civiltà Contadina di Offanengo e membro del comitato scientifico della Società Storica Cremasca.